Secondo quanto riportato dall’ANSA, la DDA contesta agli indagati oltre venti episodi di ricatto al club: denaro per le spese legali, materiale tecnico e la gestione parallela dei biglietti al Granillo per favorire l’ingresso ai Daspo.
Una complessa vicenda giudiziaria travolge il tifo organizzato di Reggio Calabria: tre appartenenti al gruppo ultras “Diffidati liberi – Curva sud Reggio Calabria” sono stati raggiunti dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia. L’inchiesta, coordinata dal procuratore Giuseppe Borrelli, dall’aggiunto Walter Ignazitto e dalla sostituta Sara Amerio, contesta agli indagati i reati di associazione per delinquere ed estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Al centro delle indagini vi sono le ripetute pressioni esercitate sui vertici societari, prima nei confronti del club La Fenice Amaranto e successivamente verso l’As Reggina 1914, riconducibile all’ex patron Antonino Ballarino e al presidente Virgilio Minniti. La dirigenza sarebbe stata costretta a versare periodicamente somme di denaro, formalmente giustificate per coprire le spese legali degli ultras colpiti da procedimenti penali o provvedimenti di Daspo. Risorse che, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, solo in minima parte venivano realmente impiegate per il supporto e le attività della tifoseria.
Oltre ai dazioni in contanti, il gruppo avrebbe preteso il finanziamento delle coreografie per la curva, la fornitura di materiale e abbigliamento ufficiale dei calciatori e, soprattutto, l’affidamento diretto della vendita dei biglietti per la Tribuna sud dello stadio Oreste Granillo. Tale gestione parallela e autonoma dei tagliandi avrebbe garantito agli indagati un ingiusto profitto economico, consentendo inoltre l’accesso all’impianto sportivo a tifosi colpiti da Daspo, sprovvisti di regolare titolo d’ingresso e senza alcuna identificazione da parte degli steward.
La Procura ha ricostruito almeno venti episodi estorsivi documentati tra il febbraio 2024 e l’aprile 2025. La forza intimidatoria del gruppo faceva leva sulla capacità di mobilitare circa duecento supporter tramite comunicati, contestazioni visive, campagne di delegittimazione sui social network e la minaccia costante di disertare lo stadio o avviare proteste di piazza, esponendo il club a gravi perdite economiche e di immagine. L’aggravante del metodo mafioso deriva dalla vicinanza di alcuni indagati ad ambienti della criminalità organizzata del quartiere Gebbione, sotto l’influenza e il controllo della cosca Labate.
FotoCredit: Valentina Giannettoni