Foto Credit: Valentina Giannettoni
Rosario Girasole non ha bisogno di molte presentazioni a Reggio Calabria. È uno dei suoi ragazzi, uno di quelli che hanno attraversato il settore giovanile amaranto prima di arrivare alla prima squadra.
Classe 2006, capitano nell’Under 17, poi la Primavera, la Ternana e il ritorno nella squadra della propria città. Un percorso che oggi lo vede al centro di una Reggina nella quale il suo essere reggino non è soltanto un dato anagrafico, ma una parte sostanziale di ciò che porta in campo.
Perché Girasole la Reggina non la rappresenta soltanto per la storia che ha alle spalle. La rappresenta per come gioca. Per quella disposizione al duello, per l’aggressività nella marcatura, per la capacità di non sottrarsi al contrasto e di spendersi per la squadra. È un difensore duttile, ma soprattutto è un giocatore che mette intensità in ciò che fa. E in una maglia come quella amaranto, che da sempre pretende carattere e partecipazione, questa è una qualità che assume un significato particolare.
Marchionni lo ha definito carismatico, un giocatore di sostanza, capace di ragionare già da Over. Non sono soltanto parole che descrivono un giovane difensore: restituiscono l’immagine di un ragazzo che ha acquisito una personalità precisa e che oggi la mette al servizio della Reggina.
Il suo attaccamento, del resto, non si misura soltanto nelle dichiarazioni. Lo si è visto anche in momenti in cui il calcio ha chiesto qualcosa in più. Come a Sambiase, nel dicembre scorso, quando Girasole finì violentemente contro la recinzione nel tentativo di contendere un pallone. Rialzatosi provò persino a restare in campo prima che fosse inevitabile il cambio. Un episodio che dice molto del suo modo di intendere la partita: prima viene il pallone, la squadra, poi tutto il resto.
E dentro questa storia c’è anche Domenico. Due fratelli, entrambi reggini, entrambi difensori, oggi nello stesso spogliatoio e dentro la stessa avventura. Rosario ha raccontato quanto sia motivo d’orgoglio per entrambi condividere questo percorso, soprattutto per il loro papà. C’è il valore di una storia familiare costruita intorno al calcio, fatta di sacrifici, di anni trascorsi insieme e di un traguardo che oggi i due possono vivere fianco a fianco.
Poi c’è il campo, che resta il luogo in cui tutto trova la propria misura. Ieri, a Modica, Girasole ha segnato il gol dello 0-1 e nel finale ha salvato sulla linea un pallone che poteva riaprire la partita. Prima decisivo nell’area avversaria, poi dentro l’ultima resistenza della squadra: una prestazione che ha aggiunto sostanza a ciò che già racconta il suo modo di giocare.
Ma forse è proprio questo il punto. Rosario Girasole non è importante per la Reggina soltanto perché è nato a Reggio, né perché è cresciuto nel suo vivaio. È importante perché quell’appartenenza la trasforma in comportamento. La si vede nel contrasto, nella corsa, nella disponibilità al sacrificio, nella volontà di non lasciare mai un pallone senza contenderlo.
È il modo più concreto che ha un calciatore per dire quanto tenga a una maglia.
E Rosario, quella maglia, non la sta semplicemente indossando. La sta vivendo.
Perché l’amaranto, per lui, non è il colore di una divisa. È il luogo in cui la sua storia calcistica ha avuto origine e quello in cui oggi sta provando a scrivere le pagine più importanti. E quando un ragazzo di Reggio arriva fin lì, con il fratello accanto e la propria città alle spalle, non è soltanto una bella storia di calcio.
È una storia che appartiene a Reggio.