Il tempo delle attese estenuanti, delle programmazioni a lungo termine e delle transizioni indolori è definitivamente esaurito. Reggio Calabria ha già ingoiato troppa amarezza, calcato abbastanza campi di periferia e scontato un purgatorio sportivo che mortifica la sua storia.
Oggi, chiunque manifesti l’intenzione di accostarsi alla Reggina, di rilevare la società e fare calcio in riva allo Stretto, deve muoversi partendo da un presupposto non negoziabile: le scuse sono azzerate, l’unico traguardo contemplato è il primato immediato nel campionato di Serie D.
Accostare il nome e il blasone della Reggina ai campionati dilettantistici è una ferita ancora aperta per il cuore e l’orgoglio dell’intera comunità. Parliamo di una piazza che, per tradizione, passionalità e cultura sportiva, non ha assolutamente nulla a che spartire con i campi della quarta serie. La sua dimensione naturale è ben altra, e il peso della sua storia esige rispetto.
Il popolo amaranto ha già pagato un dazio altissimo, dando prova di una maturità e di una fedeltà fuori dal comune. I tifosi hanno accettato con dignità il dramma del fallimento, hanno continuato a popolare gli spalti anche nei momenti più bui e hanno onorato i colori sociali senza badare alla categoria. Tuttavia, questo amore viscerale non deve essere scambiato per rassegnazione o mancanza di pretese.
Reggio Calabria è satura di proclami, di facciata e passerelle a beneficio di telecamere.
La città non può e non vuole più vegetare in Serie D. Chiunque decida di assumersi questa responsabilità sappia fin da subito che non ci sarà spazio per i rinvii: bisogna stringere i denti, allestire una corazzata e ricominciare a vincere. Dal primo minuto.